Centovetrine: Michele D’Anca sarà Sebastian Castelli dal prossimo mese


Michele D’Anca, attore e doppiatore di estremo talento, entrerà, da metà Maggio, a far parte del cast di Centovetrine, la fortunata serie di Canale Cinque in onda dal Lunedì al Venerdì. Con il suo carismatico talento, D’Anca vestirà i panni di Sebastian Castelli, un uomo pericoloso e senza scrupoli, personaggio completamente opposto al defunto fratello, Alberto. Coinvolto in affari loschi e poco puliti, Sebastian entrerà a breve nella soap, seppur indirettamente, attraverso l’entrata in scena del figlio Jacopo Castelli.

Le novità che riguardano il nostro caro attore e doppiatore non si affacciano solo al più seguito centro commerciale ma riguardano anche due importanti fiction: si tratta di Fratelli Detective, mini serie-tv per la regia di Rossella Izzo, nella quale D’Anca sarà guest di puntata e interpreterà il ruolo di un vice commissario di polizia, e Sezione Narcotici, per la regia di Michele Soavi. Prodotta dalla Goodtime, Sezione Narcotici andrà in onda nel mese di Ottobre su Raidue. Michele D’Anca è tra i protagonisti della serie ed interpreterà il ruolo di Federico Buratti, “fratello” e braccio destro di  Ivano (Stefano Dionisi); si tratta di un personaggio di spicco, membro di una banda di trafficanti di droga, spietati e pericolosissimi, che spadroneggiano nella città di Roma. Oltre a Michele D’Anca e Stefano Dionisi, nel cast ci saranno anche Ricky Memphis, Gedeon Burkhard e Raffaella Rea.

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Non solo un grande attore di tv e teatro, che fa della recitazione non un mestiere qualunque ma un’arte senza uguali, Michele D’Anca è anche un ottimo doppiatore che sembra appartenere  a quella che gli storici definiscono la sesta generazione della scuola romana di doppiaggio, quella formatasi intorno all’anno 2000. Dal 1999 collabora costantemente come doppiatore con tutte le più importanti società di edizione cinematografiche e televisive, fra cui: Sefit CDC, Pumaisdue, Cast, CDL, CVD, Dea 5, ETS, Dubbing Brothers, SEDIF e CD.

Noi di tvoggi.info abbiamo intervistato Michele D’Anca, prodigio del palcoscenico e della macchina da presa, incantatore di uditori grazie al suo grande cuore di doppiatore. Disponibile ed estremamente professionale, Michele D’Anca si racconta a tvoggi.info, raccontando del lavoro svolto sul set di Centrovetrine e su quello della fiction di Michele Soavi, Sezione Narcotici, ponendo, poi, gli accenti sulla recitazione, sul doppiaggio e sulla grande anima di tutti coloro che decidono di fare questo mestiere.

1)  Sebastian Castelli è il ruolo che interpreterai nella soap opera Centovetrine. Quali emozionanti sorprese ci aspettano a Villa Castelli e al centro commerciale più seguito d’Italia?

La sorpresa più grande sarà l’entrata in scena di un personaggio senza scrupoli, “pericoloso” e legato ad affari e ambienti loschi. Un uomo dotato di un forte senso dell’onore, carisma, autorità e leadership, attributi di un potere che Sebastian detiene in modo oscuro e misterioso. Sarà destinato a riportare in primo piano il nome dei Castelli nelle trame per le lotte di potere legate alla holding. Penso che renderà la vita molto difficile ad alcuni personaggi principali della soap.

2)  Quando vedremo Sebastian Castelli esordire sullo schermo?

Vedremo Sebastian da metà Maggio, ma nella soap si parlerà di lui già da Aprile, con l’ingresso di Jacopo Castelli, figlio adottivo di Sebastian.

3)  L’entrata in scena di Sebastian Castelli è destinata a ristabilire gli equilibri della famiglia, riprendendo, a grandi linee, quelli che erano i principi e i punti di forza del fratello Alberto, oppure rimarcherà i punti oscuri di Villa Castelli?

Sebastian è molto diverso da Alberto, pur condividendo con lui alcuni sentimenti e valori importanti come la famiglia. Lotterà per essere il nuovo punto di forza e di riferimento del clan Castelli e tenterà di farlo tornare unito. Inoltre, porterà con sé anche oscurità e segreti che riaffiorano dal suo passato, e una tormentata e irrisolta storia d’amore. Passione, intrigo e suspense nelle trame della famiglia Castelli sono assicurati.

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4) Sarai protagonista nella mini-serie La Narcotici, per la regia di Michele Soavi,  prossimamente in onda su Raidue. Che ruolo interpreterai in questa fiction?

In Narcotici, in onda a Ottobre su Raidue, sarò Federico Buratti, “fratello” e braccio destro di Ivano (Stefano Dionisi). I due sono a capo di una banda di narcotrafficanti spietati e pericolosissimi che vogliono impossessarsi della capitale. È il mio primo personaggio recitato in dialetto romano e ciò mi diverte parecchio perché il dialetto rende la recitazione particolarmente verace. Questo ruolo l’ho amato molto: è un personaggio schietto e folle, che ha fatto del valore dell’amicizia la sua ragione di vita e la vive come un valore assoluto, fino alle sue estreme conseguenze. Ho sempre desiderato lavorare con Michele Soavi perché è un vero maestro dei film d’azione. Essere diretti da lui è un’esperienza bellissima: stimola gli attori all’improvvisazione e, anche quando gira fiction, usa la macchina da presa come se stesse facendo cinema.

5)  Recitare su set diversi è, senz’altro, collezionare una serie di esperienze che servono ad arricchire il bagaglio di conoscenze dell’attore al fine di migliorare la propria performance. Ci vuoi parlare della tua esperienza sul set di Centovetrine?

Lavorare sul set di un film per il cinema, o di un film-tv, è molto diverso dal lavoro che si svolge su un set di soap. Una cosa è impegnare una giornata di lavoro per girare 2-3 minuti di una o due scene e con una sola macchina da presa; un’altra è girare 8-10 scene davanti a tre telecamere e portare a casa 20-25 minuti di girato. Nella soap, concentrazione, capacità mnemoniche, tensione fisica e condizione emotiva, sono messe a dura prova. Sapevo già come si lavorava su un set di soap opera poiché ho recitato per due anni un ruolo protagonista nella prima soap prodotta da Raiuno: Ricominciare. Sapevo ciò che mi attendeva: conoscevo la gioia di essere impegnato quotidianamente sui set e la fatica, soprattutto emotiva, di dover recitare anche dieci scene di seguito per 8 ore, rispettando piani di lavorazione serrati. E conoscevo bene l’impegno, a volte molto faticoso, che comporta memorizzare una gran quantità di copioni senza sosta. Sul set di Centovetrine mi sono sentito subito a mio agio perché circondato da seri professionisti. Mi sono ritrovato a lavorare con una squadra creativa, organizzativa e affiatata che cura un prodotto complesso come Centovetrine in ogni minimo dettaglio.

6)  Dal 1999 collabori costantemente come doppiatore con tutte le più importanti società di edizione cinematografiche e televisive. Come lo definiresti il lavoro di doppiatore? Di quali armi vocali bisogna servirsi per doppiare i personaggi? Quali sono gli ingredienti giusti per essere un buon doppiatore?

Il lavoro del doppiatore è paragonabile al lavoro del poeta traduttore di un testo letterario. Con la sua versione in un’altra lingua, cercando di restituirne stile ed atmosfera, compie un’operazione culturale che rende un’opera fruibile da più persone. Analogamente, il lavoro di doppiatore è l’attività che traduce vocalmente e drammaticamente un’opera filmica, con lo scopo di rendere comprensibile e credibile l’interpretazione di un attore di lingua straniera. Le “armi” vocali sono le stesse che usano gli attori di prosa: ottima dizione, impostazione ed uso della voce, senza dimenticare l’abilità di rendere umane le intonazioni. Non occorre solo avere una bella voce, occorre che sia espressiva e duttile. Gli ingredienti giusti sono: talento, esperienza nel campo della recitazione e del doppiaggio, un’ottima padronanza delle capacità vocali, avere buon occhio e orecchio per far aderire la propria voce al volto e alla recitazione dell’attore da doppiare, e tanto cuore.

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7)  Michele D’Anca è un attore a tutto tondo, impegnato a 360 gradi nel vasto mondo della recitazione. Qual è, secondo te, il più grande successo di un attore? Quando un buon interprete deve ritenersi soddisfatto del proprio lavoro?

Il vero successo per un attore è rendere il proprio personaggio umano e credibile, riuscire a svelarne i significati più intimi celati nell’anima. Se si riesce a fare questo, interpretando quei ruoli particolarmente impegnativi che si definiscono “a prova d’attore”, si otterrà un grande risultato. Riguardo alla soddisfazione: mai un vero artista dovrebbe ritenersi tale. Pena la morte creativa. La ricchezza di un personaggio scritto bene è insondabile, così come il bisogno e la necessità espressiva di un’anima particolarmente sensibile qual è quella di un attore di talento. Quando il regista a fine scena ordina lo “stop”, o quando un attore esce dal palcoscenico, se questi ripensa al suo lavoro non si ritiene quasi mai soddisfatto. Si ha sempre la sensazione che qualcosa, magari una sfumatura, si poteva curare meglio, rendere più naturale o espressiva.

8)  Esiste, secondo te, un filo conduttore che lega il mondo della recitazione con quello reale?

Ci vorrebbe un intero volume per rispondere a questa domanda. «Tutto il mondo è un palcoscenico» scriveva Shakespeare. Calderón parlava del «gran teatro del mondo». «Tutti recitano», sosteneva Marlon Brando. Si recita, fin da bambini, per i più svariati scopi: per mentire, per convenienza, per ottenere vantaggi o attenzione, per farsi notare, per proteggersi o nascondere stati d’animo, per fingere emozioni che non proviamo, per compiacere il proprio fidanzato. Tutti, consapevoli o meno, inscenano la loro rappresentazione personale nella vita e interpretano i ruoli del genitore, dell’amante, del capo d’azienda, del bullo di quartiere, e così via. Ad essere rappresentati, però, non sono solo ruoli sociali o tipi psicologici; si possono rappresentare emozioni, istinti primordiali, dèmoni, figure archetipiche: qualsiasi contenuto della psiche collettiva può essere rappresentato con una maschera. Possiamo scegliere noi di indossarla o è la maschera, in quanto potente contenuto inconscio, che ci possiede e ci trasforma. L’uomo, in genere, recita istintivamente, inconsciamente, per raggiungere scopi egoistici o fini di cui non ha coscienza; l’attore, invece, recita con estrema consapevolezza al fine di raccontare una storia al pubblico. Tuttavia, in entrambi i casi si indossa una maschera. È questa il filo conduttore, anzi, il simbolo che racchiude i molteplici, complessi e ambigui significati che legano recitazione e realtà. La maschera simula l’individualità, rappresenta l’individuo come appare, è il modo con cui gli altri ci vedono, non quello che realmente siamo. L’ambiguità della maschera mette in gioco i concetti di realtà e finzione, essere e non essere, nascondersi e svelarsi. Se questo gioco diventasse consapevole e se si riuscisse a strapparsi di dosso le maschere che nascondono la nostra individualità, quelle facce o espressioni artefatte che ci fanno apparire in un certo modo, e dietro le quali ci nascondiamo, cosa accadrebbe? Vedremo quella faccia che non mostriamo mai al mondo: la «vera maschera», che, per citare Peter Brook, è «l’espressione dell’uomo che non ha maschere», ossia dell’uomo in contatto con la sua vera natura. Dice James Hillman: «[…] noi siamo maschere (personae) attraverso cui risuonano (personare) gli Dèi». Alcuni grandi uomini, nella vita o sulla scena, riescono a fare questo. E in quel momento ci sembra che l’invisibile prenda forma.

Intervista a cura di Francesca Brigida

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